Salgo i tre gradini irregolari dell’autobus e comincia a suonare “Actos inexplicables” di Nacho Vegas nel mio mp3. Per fortuna non c’è molta gente e riesco a trovare un posto in fondo per sedermi e sentirmi a mio agio per mezz’ora. Di fronte a me c’è un bimbo sorridente e con gli occhi tristi che si gira e mi guarda incuriosito; la sua mamma gli dice di stare tranquillo. Io lo guardo e sorrido, il bambino mi dice qualcosa, ma non lo capisco neppure lo sento, vedo soltanto le sue labbra che si muovono liete finchè la mamma non lo gira, lo siede e gli chiede di stare zitto. La mamma preme il pulsante del campanello per richiedere la fermata dopo che io e il bimbo ci salutiamo con gli sguardi; scendono e il bambino grida :”Addio!”. L’autobus si mette in marcia lasciandosi dietro un parco grande, ameno e pieno di bambini felici.
Attraverso il finestrino un po’ opaco guardo tutti gli alberi che sfilano lungo la strada: quelli verdi e di grande fogliame ed anche quelli piccoli e con le foglie secche. Ma le differenze scompaiono quando l’autobus accelera. Guardo anche le case, e immagino la storia di quelle piccole e trascurate che, sicuramente alcuni anni fa, sono state belle e affollate. Penso agli avvenimenti che le hanno portate all’abbandono e noncuranza. Mi piacerebbe, un giorno, scriverne la storia e pensare che qualcuno la leggerà.
Finisce la canzone, aspetto emozionata la seguente, ma niente, non si siente niente. Tiro fuori dalla tasca il mp3 e lo guardo: “batteria esaurita”, si legge. “Cavolo!”, grido. Due signore mi guardano: una è esile, l’altra è grassa, ma tutte e due hanno i capelli ricci e un po’ spettinati, gli occhi vivaci e la pele scura; non c’è dubbio che devono essere sorelle. Io, arrossita e sorridente, le guardo e bisbiglio: “scusate”. Le donne ridono, ricominciano a chiaccherare e si dimenticano di me. Io, tranquilla e pensosa, rientro nelle case abbandonate e vecchie, ma belle e atraenti della città.



